L’uso improprio dell’avvenenza femminile nei programmi televisivi è alla base dell’accorato appello lanciato da Gabriella Cims, responsabile dell’Osservatorio Direttiva UE Servizi di Media Audiovisivi, per sensibilizzare sul ruolo della donna in tv, auspicando che il nuovo contratto di servizio Rai riservi un capitolo al tema. E perché no, lanciando la proposta di un comitato di controllo ad hoc.
Lo stereotipo dell’immagine femminile in tv è un argomento che anche in passato è stato ampiamente indagato e dibattuto. Dalle gambe delle più famose gemelle della televisione in bianco e nero all’ombellico della Raffa nazionale, i tinelli degli italiani sono stati da sempre attraversati dal brivido ammiccante e seducente del corpo femminile. Eppure oggi, sebbene anche adesso il piccolo schermo non lesini bellezze da copertina, il problema si fa diverso. Non è più il polveroso richiamo morale della censura a fare notizia, bensì il campanello d’allarme verso una deriva culturale che sta producendo effetti devianti per la costruzione dei modelli ideali a cui si ispirano milioni di cittadini e adolescenti. Nel documento di Gabriella Cims, inviato a Romani, Calabrò e Garimberti si legge, infatti, che sono proprio le modalità di molti programmi televisivi a rendere il ruolo delle donna subalterna all’uomo e a istigare inconsapevolmente certi tipi di prevaricazione sociale. E proprio la continua esposizione di dettagli fisici, decontestualizzati dalla personalità della donna, finisce per alimentare la percezione del corpo femminile solo come un oggetto terzo asservito alla fantasia maschile. Un correttivo di rotta all’attuale stato delle cose si configura dunque con un’assunzione di responsabilità da parte di chi nel mondo della comunicazione e dell’immagine occupa un ruolo di primo piano. Questo è il nocciolo della richiesta avanzata dalla responsabile dell’Osservatorio e sottoscritta da numerosi esponenti di rango del mondo delle associazioni, del giornalismo e delle istituzioni, tra cui spicca l’autorevole firma del Capo delle Stato.
Nella sua lettera di adesione, Giorgio Napolitano sottolinea che “…il quadro di riferimento generale per portare avanti la causa delle donne in tutti i suoi aspetti resta, più che mai, la nostra Costituzione. I valori più preziosi per le donne, libertà, emancipazione, partecipazione attiva alla vita sociale e civile, uguaglianza di opportunità, pieno riconoscimento, a parità con gli uomini, dei talenti e dei meriti, sono il prodotto di un lungo processo di trasformazione della società, della cultura e del costume, il prodotto di una graduale maturazione della coscienza collettiva. Ma è con la Costituzione che quei valori si sono fatti principi. E diritti.”
Ed è proprio in forza di questo richiamo istituzionale che si basa la richiesta di questa mozione affinché, nel nuovo contratto triennale del servizio pubblico sia previsto almeno un comma che faccia riferimento a una programmazione il cui scopo sia quello di operare a favore della prevenzione e al contrasto delle violenza sulle donne. E, al pari di ciò che avviene per la tutela dei minori, un comitato che vigili sull’adempimento di questo principio.
Sipra Academy ha voluto raccogliere alcuni pareri sull’argomento.
Mimma Nocelli, regista Rai
Ho iniziato la mia carriera in Rai con Renzo Arbore nel 1976 che mi chiese di dare vita al personaggio di una intervistatrice sexy ma intelligente, così da ribaltare il pregiudizio che se una donna è bella è anche necessariamente oca. Purtroppo credo da allora le cose non siano molto cambiate. Il mondo televisivo di qua e di là del telecomando è ancora fortemente maschile e le donne, quelle poche che in televisione hanno conquistato potere e visibilità, lo hanno fatto assumendo gli stessi comportamenti rudi e spavaldi dei loro colleghi uomini. Comunque, per tornare al tema del documento in questione, penso che il problema della dignità dell’immagine femminile in televisione purtroppo sia un problema ancora aperto. Dico purtroppo perché in una società moderna questo tema sarebbe dovuto essere archiviato da un processo d’emancipazione culturale che mi addolora dover constatare essere in grave ritardo e spesso mi viene da chiedermi: ma dov’è finito l’orgoglio femminile? Nessuno si ribella? E’ mai possibile che per far valere diritti e dignità si debba ricorre allo strumento della tutela legislativa? Evidentemente si.
Flavia Barca direttrice dell’Istituto Economia dei Media. Fondazione Rosselli
Al confronto con gli altri Paesi europei, la situazione in Italia è molto grave non solo sul piano culturale ma anche sul posizionamento del ruolo. L’immagine della donna in televisione è spesso contraddittoria e depistante della funzione che la donna occupa nella nostra società e quindi, diseducativa. Nella mia esperienza di docente universitario (insegno Scienza delle comunicazioni) percepisco un segnale molto evidente fra i miei allevi. Un segnale di forte insicurezza che ha direttamente a che fare con la percezione della loro immagine. Come se l’apparire fosse comunque l’elemento chiave per accedere a quel mondo e a quel lavoro. E questo riguarda non solo le donne. Da questo punto di vista, falsare l’immagine della donna vuol dire mettere fuori fuoco, appannare, una componente cospicua ed essenziale del corpo sociale. Vorrei puntualizzare comunque che nella programmazione televisiva alcuni generi mostrano più attenzione, altri invece, come ad esempio l’intrattenimento, dovrebbero adottare una maggiore cautela e sensibilità. Infine, il fatto che venga chiesto un riferimento esplicito al tema nel contratto di servizio della tv pubblica, credo che sia un modo efficace per rimettere in agenda un problema sul quale è utile che il Paese si confronti.
Linda Brunetta, autrice di programmi televisivi e radiofonici
La mia impressione è che in televisione ci sono delle ottime professioniste obbligate a travestirsi da donne fatali. Una modalità improntata a una sorta di manierismo antiquato e provinciale che asseconda soltanto un certo genere di pubblico. E’ come se in questo momento storico la televisione faticasse a fare propria una certa idea di modernità e riproponesse sempre la stessa immagine trita e ritrita della donna tutte curve e senza cervello. Eppure, quando le donne hanno qualcosa da dire, penso a personaggi come la Littizzeto o la Gabanelli, non hanno bisogno né di scollature né di minigonne per farsi ascoltare. Sull’inserimento della questione nel contratto di servizio penso che sia fondamentale prevedere un organismo che vigili sulle buone intenzioni, per non rendere vane le migliori intenzioni.